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Ricordo che ci ho provato, ci ho provato davvero a rialzarmi, ci ho provato con tutte le mie forze, ma non ci sono riuscita.. E più mi sforzavo di provarci, più sentivo che non ero in grado di farcela. Sono rimasta convinta che non ce l’avrei mai fatta, intrappolata nella certezza di un qualcosa che in realtà così certo non era. Avevo a disposizione troppe variabili con la capacità di cambiare con la velocità con cui corrono le nuvole nel cielo, eppure non me ne sono mai resa conto. Mi sono vista sparire, smettere di correre dietro a me stessa, finendo per non riconoscermi più. Ho iniziato ad inghiottire cucchiaiate di dolore, sostituendolo al cibo, ma ne avevo così tanto da arrivare a saziarmene, non avendo bisogno di mangiare altro. Ho visto me stessa nascondere ogni caduta, ogni livido, ogni sbucciatura. Mi sono vista mentre diventavo evasiva, silenziosa, passiva, bloccata da chissà quale strano impedimento psicologico. Ho perso la voglia di credere in me, nel mondo, negli altri. Ho racchiuso ogni sogno in compartimenti stagno sigillati alla perfezione, li ho lasciati lì, nascosti ma pesanti, così tanto da trasformarli in altre gocce di dolore da aggiungere al resto. Mi sono scoperta incapace di amare, perché dopotutto è vero che non si può amare qualcun altro se non si è in grado di amare se stessi, ma soprattutto non puoi consegnare il tuo cuore ad un altro, se non ce l’hai integro. Sarebbe come regalare un orologio rotto a qualcuno, nessuno lo vorrebbe. Ho scoperto che non è vero che una volta toccato il fondo riesci a darti la spinta per risalire, spesso scopri che una fine a questo baratro di dolore non c’è proprio. Ed è così che mi sono rassegnata, ci ho condiviso anni con il mio dolore e ci convivo tuttora. Ma nei momenti in cui al tuo solito malessere si aggiunge un dolore derivante anche da altri avvenimenti, capisci che non sei onnipotente, non puoi sopportare tutto. È come riempire una bottiglia fino all’orlo e cercare di versarci ancora dell’acqua, è inevitabile che esca fuori. Ecco il nostro corpo è esattamente questo, è un contenitore di emozioni, se lo riempi troppo finisce per straripare. Allaghiamo il mondo del nostro dolore e non distinguiamo più nient’altro che quello, lo vediamo dovunque, sui libri, nelle canzoni, nei visi delle persone che ci vogliono bene e si finisce per preferire la solitudine pur di evitare la pazzia che scaturisce da quell’inondazione di dolore. Mi sono sentita piccola più di quanto non fossi stata quando lo ero davvero, svuotata da un mostro che continuava a mangiarsi i miei sorrisi e li sostituiva con le lacrime. Ho chiesto aiuto, l’ho fatto gridando sottovoce perché non sapevo urlare veramente, l’ho fatto come soltanto un malato sa fare, con l’impazienza e l’irrequietezza di chi sa che potrebbe fare ancora qualcosa, ma con la calma e la rassegnazione di chi si sente morire dentro ed inizia ad abituarsi alla sua fine. Mi sono vista rifiutare i vestiti che lasciavano le gambe scoperte perché ogni soldato porta i segni della sua guerra, ed io stavo combattendo contro me stessa, senza alleati e completamente disarmata. Ho capito che se nessuno riusciva ad accettarmi per com’ero veramente, è perché forse sono io quella sbagliata. Ed è così che mi sono sentita questi anni, sbagliata, incompresa, indesiderata, inutile. Non ho visto altro modo per fuggire dal mondo e da tutti, me stessa compresa, se non quello di chiudermi nel mio dolore proteggendolo a tutti i costi. Perché dopo aver perso la mia felicità, avevo solo il dolore a farmi sentire viva, anche se viva non riuscivo a sentirmi. Era semplicemente la sensazione di riuscire ancora a sentire qualcosa, di esistere ancora.